11 maggio, 2012
Verità, spirito e Dio. Perché non possiamo non dirci crociani, ma solo fino a un certo punto.
L’incontro-dibattito sulla “bellezza della lotta” in Einaudi, presentato da due ottimi studiosi, Di Nuoscio e Ocone, il primo (forse) einaudiano, e il secondo (dichiaratamente) crociano, ha sollevato vari problemi, tra cui quello del rapporto per un liberale tra libertà e “verità” (v. precedente articolo e ascolta gli interventi in audio-video nel colonnino). Ma ha anche stimolato la riflessione di Livio Ghersi sull’essere o no crociani, in toto o in parte, oggi, e sul dover fare i conti, come liberali, con i concetti filosofici di “verità”, spirito e Dio, che pure si trovano nell’opera di Benedetto Croce. Sul tema della “verità” secondo Croce e il suo storicismo assoluto, consigliamo vivamente il bell’articolo-saggio apparso sul sito del crociano prof. Ernesto Paolozzi, a firma di Lea Reverberi (NV):
Penso si debba osservare una certa cautela prima di definirsi "crociani". Al riguardo, si possono distinguere queste situazioni: a) persone che hanno letto con attenzione qualche libro importante di Benedetto Croce; b) persone che sono attratte intellettualmente dalla personalità di Croce ed hanno condotto uno studio sistematico sulla sua vastissima produzione; c) persone che, dopo aver molto letto e meditato Croce, traendo utili insegnamenti anche da testi meno citati (ad esempio, molto si può imparare dagli scritti raccolti nei volumi delle cinque serie delle "Conversazioni critiche"), presumono di avere compreso il suo punto di vista; d) persone che condividono sia l'atteggiamento mentale di Croce, sia le caratteristiche fondamentali della sua filosofia.
Soltanto quanti si trovano nella situazione di cui alla lettera d), possono definirsi "crociani". Tra i "crociani", ci sono i meri ripetitori che valgono poco, così come valgono poco i meri ripetitori di qualunque altro grande pensatore.
Poiché non voglio parlare di altri studiosi, parlo di me stesso. Non c'è personalità della cultura italiana che stimi più di Benedetto Croce. Ho letto abbastanza per sentirmi in diritto di scrivere qualcosa su di lui; ma non ho letto tutto. Non mi definisco "crociano", perché non condivido interamente l'impostazione del suo pensiero.
Ad esempio, io non ritengo che l'espressione "Spirito" si esaurisca nel "pensiero umano", sul piano dell'immanenza. Per me c'è qualcosa di più. In Hegel era evidente che questo "Spirito" conservasse qualche carattere dell' Heiliger Geist, lo Spirito Santo della Trinità cristiana. C'era anche un soffio divino che penetrava il pensiero umano, cosicché i singoli esseri umani erano strumenti per la sua manifestazione.
Per quanto riguarda Croce, egli, com'è noto, voleva stare soltanto sul piano dell'immanenza, cioè della storia umana, era infastidito dai residui mistici e teologici, e sembrava chiudere nettamente alla dimensione della Trascendenza. Tuttavia, più volte mi sono divertito a verificare quante concessioni Croce facesse a parole di chiara derivazione religiosa, nel suo linguaggio scritto. Erano soltanto concessioni "poetiche"? Penso di no. Cito per tutti questo brano del "Perché non possiamo non dirci cristiani": «E il Dio cristiano è ancora il nostro, e le nostre affinate filosofie lo chiamano Spirito, che sempre ci supera e sempre è noi stessi» (il saggio crociano fu pubblicato nel 1942 nella rivista La Critica; poi raccolto nei "Discorsi di varia filosofia", Laterza, 1945, vol. I, p. 23).
La posizione di Croce nei confronti del sentimento religioso può essere così riassunta. Meglio un sincero credente, che «volgari razionalisti e intellettualisti», «cosiddetti liberi pensatori» e «simile genia, frequentatrice di logge massoniche» (si veda "Filosofia della Pratica", Laterza, 1973, pp. 307-308). In altre parole, meglio un genuino sentimento religioso, che incredulità e scetticismo. Soltanto un pensiero filosofico che rispettasse gli elementi di verità contenuti nelle rivelazioni religiose, ma li superasse per affermare che la dignità degli esseri umani sta nella loro libertà, rappresentava una posizione spiritualmente più elevata rispetto alla religione tradizionale. Non qualunque filosofia era più avanzata della religione; ma soltanto quella particolare filosofia che si basasse sul principio e sul metodo della libertà. La medesima filosofia doveva abituare gli individui al difficile esercizio della libertà. Questa, infatti, non si risolve nel ricercare il proprio comodo; non è una questione di gusti. Una libertà intesa come licenza può essere una via di degradazione, non di elevazione. La meta è quella di utilizzare la propria libertà per cercare e trovare quanto realizza esigenze di Bene, di Bellezza, di Verità.
Veniamo alla verità. Vero è contrario di falso. Nella logica, nella Scienza, nella ricerca storica, tutti noi perseguiamo il vero, non il falso. Al di là dell'interpretazioni, la Storia ha una sua base di fatti dimostrati e attestati da documenti. E' vero che Benedetto Croce sia nato a Pescasseroli il 25 febbraio 1866. Per quanto riguarda le verità scientifiche, queste, come ha insegnato Popper, sono falsificabili. Ma reggono fino a che non si dimostri il contrario. Il fatto che un dato veleno sia letale per l'organismo umano non è un'opinione. E un dato scientifico; ed è meglio che chi ne dubita non faccia esperimenti al riguardo.
Nel settimanale Il Mondo, diretto da Mario Pannunzio, Croce pubblicò un articolo, titolato "L'uomo vive nella verità". La Verità è «non mai riconoscibile nel suo tutto»; ma l'essere umano cerca e si sforza di trovare «le verità particolari», nella sua vita operosa. Quell'articolo si concludeva: «Non andare in cerca della verità, né del bene né del bello, né della gioia, in qualcosa che sia lontano da voi, distaccato e inconseguibile, e in effetto inesistente, ma unicamente in quel che voi fate e farete, nel vostro lavoro, nel cui fondo c'è l'Universale, di cui l'uomo vive» (lo scritto è raccolto in "Terze pagine sparse", Laterza, 1955, vol. I, p. 14).
Il pensiero di Croce non può essere dispensato in pillole. Leggerlo oggi può richiedere uno sforzo, perché il linguaggio è molto diverso da quello corrente. Ma ne vale la pena e il risultato sarà comunque un arricchimento spirituale.
LIVIO GHERSI
Per sapere di più sulla questione verità-libertà, si veda il saggio di Lea Reverberi sul sito del prof. Ernesto Paolozzi.
06 maggio, 2012
Solidarietà e legalità, oltre alla libertà. Quello che nessuno vi ha mai detto sul Liberalismo.
Privatizzazioni? Non necessariamente, perché se la proprietà di un ente passa da un monopolio pubblico ad uno privato, il vantaggio per i cittadini è nullo, anzi potrebbe perfino diminuire.
Piuttosto, le liberalizzazioni sono l’essenza del riformismo liberale. E’ essenziale, cioè, che non solo il mercato, ma anche la politica e l’intera società, compresa la cultura, siano davvero aperti, liberi, insomma che ci sia concorrenza, dialettica, critica, agonismo, conflitto, opposizione, competizione, su un piede di assoluta parità. Perché la lotta è il vero fondamento del Liberalismo.
Il nemico principale non è certo lo Stato, come dicono anarchici e conservatori (e i tanti neo-liberisti sorti negli ultimi trent’anni sulla scia dei politici Thatcher e Reagan), ma il monopolio, qualunque esso sia (politico, morale, religioso, economico, sociale), ovvero la stasi, il conservatorismo, l’ideologia fissa. Il Liberalismo è una dottrina in divenire, che deve tener conto della Storia: bisogna vedere sul momento, a seconda delle circostanze, che cosa è liberale e che cosa non lo è.
La competizione, il conflitto, dunque, è il fattore di base del Liberalismo. Ma quanti, pure tra i sedicenti “liberali”, lo sanno o lo accettano?
E il pluralismo può anche venire a mancare o attenuarsi. Per esempio, se i privati – mettiamo il caso dell’economia – sono pigri, non rischiano, non prendono iniziative, ma cercano l’appoggio statale o fanno accordi di cartello. In questi casi, potrebbe toccare addirittura allo Stato liberale fare concorrenza, paradossalmente. Come nel campo culturale: se i cittadini dormono, tocca allo Stato liberale spronarli, mettere a loro disposizione strumenti e servizi per identificare ed esercitare sempre nuove libertà.
Fin dalle prime battute, le due relazioni degli studiosi Enzo Di Nuoscio e Corrado Ocone (v. i video di Radio Radicale in basso nel colonnino) nel dibattito “La bellezza della lotta” (dal titolo di un famoso articolo scritto da Luigi Einaudi sulla “Rivoluzione Liberale” di Piero Gobetti, nel 1924, quando l’economista e pensatore liberale aveva già 50 anni e il suo allievo ed editore 23) tenutosi nella sede nazionale di Radicali Italiani, in via di Torre Argentina, a Roma, hanno sprizzato scintille di verità troppo a lungo nascoste dai luoghi comuni a cui il Liberalismo è soggetto.
Vittimismo culturale? No, è normale, checché ne dicano molti liberali, perché il Liberalismo è la dottrina più complessa e sfaccettata, in quanto non fissata da un ipse dixit, ma in continua evoluzione e sempre collegata al divenire della Storia (e qui il pragmatismo anglosassone di Einaudi incontra lo storicismo di Croce). Ne consegue che il Liberalismo – e se n’è avuta un’ennesima prova in questo dibattito – è poco conosciuto non solo dagli avversari, ma anche da moltissimi “liberali”, soprattutto i giovani, che si adagiano per un curioso moderatismo intellettuale – come siamo soliti ripetere – su una lettura comoda, “moderata”, stilizzata ed elementare della dottrina cara a Cavour, Croce ed Einaudi.
E nel mercato un altro paradosso potrebbe essere possibile: imprenditori “socialisti” e operai “liberali”. Quando gli imprenditori (quanti ce ne sono!) vogliono con ogni trucco o cartello aggirare la concorrenza, cercare provvidenze di Stato o Regione, vivere una vita comoda, statica e senza rischi. Mentre magari qualche loro operaio, che vuole elevarsi, ha l’ambizione di migliorarsi individualmente e di rischiare, cerca, inventa la competizione, cambia azienda, oppure diventa artigiano e si mette in proprio. E per loro, perciò, Einaudi manifesta da liberale “la simpatia viva per gli sforzi di coloro i quali vogliono elevarsi da sé, e in questo sforzo, lottano, cadono, si rialzano, imparando a proprie spese a vincere ed a perfezionarsi”. E “l'operaio crede nella libertà ed è liberale quando si associa ai compagni per creare uno strumento comune di cooperazione o di difesa; è socialista quando invoca dallo Stato un privilegio esclusivo a favore della propria organizzazione o vuole che una legge o la sentenza del magistrato vieti ai crumiri di lavorare”.
E quando manca o è debole la competizione? In casi estremi, quando i privati non la fanno, la può fare lo Stato liberale. (Il pensiero va alle Ferrovie dello Stato del liberale Zanardelli, auspicate già da Spaventa, che eliminarono le rendite di posizione parassitarie dei tanti monopoli ferroviari locali, alzando lo standard qualitativo del servizio per i cittadini).
Altro, perciò, che Stato liberale debole, quasi assente o “minimo” per partito preso (il “guardiano notturno” di Nozik), lo Stato liberale deve essere forte e a suo modo interventista e invasivo, sia pure in senso liberale. Anche perché deve garantire la legalità, e non solo da giudice neutrale, ma deve imporre le regole alla società e al mercato, intervenendo dove necessario perfino in economia se il mercato è asfittico (cfr. Cavour) o i soggetti forti, come banche e assicurazioni, sono riluttanti o fanno i prepotenti. Perché lasciati a se stessi, non è vero che i privati diventano di colpo virtuosi e “buoni”, da furbi, aggressivi o pigri che erano. Si scandalizza solo chi non conosce né il Liberalismo storico, né in particolar modo il Risorgimento italiano, in cui le iniziative dall’alto, addirittura dal Governo del Piemonte, furono non solo numerosissime, ma determinanti. Perché, ad aspettare l’evoluzione di tutti gli Italiani, insomma, la maturità del “mercato” delle idee, avremmo ancor oggi il Papa-re, il Lombardo-veneto austriaco e i Borboni.
E altro che Stato liberale “senza idee proprie”, secondo una vulgata diffusissima ma erratissima – a nostro parere – perfino tra liberali, quasi che lo Stato liberale fosse solo un mero contenitore, un campo di calcio senza propri giocatori, e i liberali fossero solo degli arbitri, destinati a perdere in ogni caso la partita, quindi masochisti. Invece, ha specificato Ocone nel dibattito col pubblico (obiezione di Di Massimo), una certa “verità”, cioè una sua propria ideologia condivisa la deve avere, eccome, uno Stato liberale. Pensiamo al Risorgimento, aggiungiamo noi. Se quella classe dirigente coraggiosa e perfino avventurosa non avesse avuto, almeno pro tempore, una sua “verità” condivisa, vera e propria “ideologia di gruppo” capace di motivare le coscienze, addio unità d’Italia
E così, grazie a Ocone, scopriamo un inedito Einaudi “filosofo”. Lo scritto di Einaudi del 1920 in risposta e opposizione all’articolo del filosofo Giuseppe Rensi che vaticinava una “città ideale” dove tutti fossero d’accordo su tutto, chiarisce che quella prospettiva per lui equivarrebbe alla morte dello spirito e quindi della libertà, perché mancherebbe il contrasto, la dialettica, indispensabili a quella che i filosofi tra di loro chiamano “verità”. “Se nessuno vi dice che avete torto voi non sapete più di possedere la verità”. “Verità” in casa liberale? C’è da sobbalzare. Ma il senso relativistico e quasi paradossale con cui questo termine filosofico viene usato da Einaudi in risposta al filosofo Rensi ci rassicura. Infatti – specifica Ocone citando Einaudi – permette da un lato di definire per contrasto ciò che si ritiene il vero, che vero non sarebbe senza il suo contrario, dall’altra permette di convincersi che almeno in parte ciò che prima si riteneva falso appartiene al vero. Ecco l’aspetto speculativo e filosofico del pensiero di Einaudi: non esiste il vero come dato definitivo e fisso. Il vero si definisce e può conquistarsi solo attraverso l’opposizione a ciò che vero non è. Questo che significa in pratica? Che la condizione di “verità” o di libertà che si raggiunge non può mai essere considerata definitiva. Il rischio è che l’anticonformismo di oggi, se accettato universalmente, passivamente e senza critica, possa trasformarsi nel conformismo di domani. L’idea, insomma, nasce dal contrasto.
Ma torniamo al mercato. Che per un vero liberale come Einaudi non può essere senza regole. Senza regole, in fondo, sembra a noi che fosse paradossalmente il mercato nell’Unione Sovietica, dove il produttori (le aziende di Stato) facevano quello che volevano, non tenendo in alcun conto la domanda dei cittadini e non facendo concorrenza tra loro. In fondo, era un curioso laissez faire. E infatti, pochi lo ricordano – ma Di Nuoscio l’ha fatto – gli stessi termini liberismo e liberista (che tutti gli attribuiscono) non piacevano più di tanto a Einaudi. “Dovremmo trovare un altro nome”, andava dicendo.
Infatti, un mercato davvero liberale è quello in cui lo Stato in realtà interviene, eccome, secondo Einaudi, tanto da costringere addirittura all’onestà formale con poche regole, forti e certe, i competitori, vigilando anche sull’eguaglianza tra produttori e consumatori. E perché il venditore e il compratore al mercato delle derrate, nella piazza del paese – come esemplifica spesso Einaudi in Lezioni di Politica Sociale – siano al medesimo livello, il compratore deve conoscere tutto della merce che sta acquistando, come e più del venditore, non di meno, come accade oggi, quando comandano i produttori in tutti i campi, e gli acquirenti sono succubi di prezzi che ritengono “imposti” dall’alto, non mobili.
Constatazione fatta nel dibattito col pubblico (Valerio) che permette di rivalutare, grazie ad Einaudi, il peso della domanda, cioè dei cittadini-consumatori (diremmo oggi), che “votano” i beni proprio come i cittadini-elettori “acquistano” i partiti (Schumpeter e altri), come ha ricordato Di Nuoscio. Acquirenti che in un sistema perfettamente liberale einaudiano, aggiungiamo, potrebbero avvalersi di azioni concertate (contro-pubblicità, richiesta di informazioni sul contenuto dei prodotti in vendita, scioperi della spesa, consumi intelligenti, anti-consumismo ecc.) e perfino la possibilità di reimpostare l’ecologia in modo liberale, scientificamente più severo ma non politicizzato, grazie alla triplice coincidenza tra Liberalismo e ambiente (diritti di libertà, scienza, limiti). Da cui, appunto, una “ecologia liberale”. Ma questa è una nostra divagazione per la tangente.
Insomma, un mercato economico (o l’intera società) poco flessibile e con i cittadini-consumatori ignoranti e succubi non è un mercato (società) liberale. Perché non c’è alternativa, dialettica, flessibilità, lotta. E’ per questo che diventa luogo di privilegi di pochi prepotenti, generando caos, anarchia, che storicamente – aggiungiamo – portano dritti dritti al populismo reazionario, al Fascismo, al Comunismo.
Ecco la “moralità” del mercato. Il che ha fatto dire che il liberalismo per Einaudi, tanto importanti sono le regole e la legalità, trascende l’economia, e lo stesso Einaudi, che tutti credono a torto solo un economista mentre invece “il suo pensiero assume aspetti teoretici e perfino spirituali” (Di Nuoscio), assurge al ruolo di filosofo, quasi un moralista della politica, impensabile perfino per molti “liberali” che non lo hanno letto.
Einaudi e Croce, perciò, sono uniti più di quanto non lasci intendere una vulgata originata forse da giornalisti o divulgatori di provincia del 900. In fondo, con metodi diversi – economista e intellettuale pragmatico l’uno, filosofo l’altro – vogliono la stessa cosa. Perché il liberismo di Einaudi, come ha ricordato F.Orlando (L’Europa, 4 maggio) citando la celebre frase del crociano Carlo Antoni, tutto giocato com’è sulle regole e le leggi, è meta-economico, cioè etica; come il liberalismo di Croce, ce lo ha detto egli stesso, è meta-politico, cioè etica.
Ne scaturisce che il vero Liberalismo non è quello che si occupa solo delle imprese o dei “ricchi”, come credevano i comunisti d’un tempo, e oggi gli anarco-capitalisti e i giovani neofiti che vengono dalla Destra, e che non hanno letto né Einaudi né Croce, ma il “Liberalismo della povera gente”.
La stessa biografia di Einaudi, la cui famiglia era di origine modesta, offre spunti che avvalorano una psicologia di stampo contadino e popolare fondata su un’etica del risparmio o del rifiuto dello spreco, attraverso almeno due immagini simboliche: la famosissima mezza pera offerta al commensale Mario Pannunzio in un pranzo ufficiale al Quirinale, quando Einaudi era Presidente della Repubblica (“per evitare che sia gettata via”) e l’altrettanto famosa ciotola di legno rotta, ma legata con lo spago, tramandatagli simbolicamente dal padre, piccolo proprietario agricolo.
La dottrina sociale di mercato, non solo di Einaudi, ma di Roepke e degli altri autori liberali, è già un concetto di per sé sufficientemente eversivo per i conformisti, capace di scuotere chi ha un’idea sbagliata del Liberalismo per colpa d’una Destra conservatrice e per niente liberale, eccitata dal revanchismo anti-socialista di Reagan e dalla Thatcher, cioè dal neo-liberismo selvaggio degli ultimi 30 anni che tanti danni ha prodotto all’Occidente, non ultimo l’attuale crisi di sistema sia finanziaria che economica.
Anzi, pur non avendo mai accettato le semplificazioni del socialismo marxiano, come tutte le soluzioni che vengono a cadere dall’alto in modo paternalistico e assistenziale, e che impediscono il riscatto dell’individuo, Einaudi parla della sua forte simpatia umana verso gli operai socialisti, spesso più liberali dei loro datori di lavoro.
Le “tre gambe del trespolo” del Liberalismo di Einaudi, cioè fondato su libertà, legalità e solidarietà, in modo tale che “se togli un piede non si regge” (Di Nuoscio), disegnano un Liberalismo del tutto sorprendente per la maggior parte della gente. Certo, un liberalismo sociale di mercato (di Einaudi, Roepke e degli altri autori liberali) riduce – secondo Di Nuoscio – la contrapposizione abissale e aprioristica non solo tra liberalismo economico e socialismo, ma anche tra liberalismo economico e dottrina sociale cattolica.
Ma sono stati offerti altri anticonformistici piatti speziati durante il dibattito di Ocone e Di Nuoscio. Per esempio, è vero che la democrazia liberale, che regge l’Occidente, si fonda sul potere del Popolo? Macché, è un luogo comune sbagliato. Propaganda, modo di dire, populismo elettorale. La liberal-democrazia, invece, si fonda per Einaudi (e i liberali) sulle leggi, il Nòmos. E il Popolo? Non è il padrone assoluto: anch’esso è sottoposto alle leggi. Ne consegue che in un sistema liberale non può legittimamente mandare sulla ghigliottina o assolvere chi vuole, appunto, “a furor di popolo”, e neanche asservire i giudici e sostituirsi ad essi in giudizi sommari. L’indipendenza dei giudici deve essere assoluta.
Per concludere, un dibattito, quello degli studiosi (bravissimi come divulgatori) Di Nuoscio e Ocone, che avrebbe dovuto essere trasmesso a reti unificate da radio e tv, e soprattutto fatto ascoltare in tutti i licei d’Italia, vista l’ignoranza abissale di studenti e insegnanti sul Liberalismo, per tacere di quella dei frequentatori del web. A prestar ascolto a molti siti (ma anche a parecchi studenti della Luiss, non certo agli allievi dei due relatori), il liberalismo economico sarebbe un vero e proprio crudele Far West formato da criminali, asociali ed evasori fiscali! Invece, basta divulgare quello che davvero hanno detto e scritto gli autori liberali, per lasciare a bocca aperta perfino un ex politico navigato come l’ex segretario radicale Spadaccia, che però ha origini socialdemocratiche, che si è detto molto meravigliato dalla richiesta di Einaudi di un salario minimo garantito per i giovani più poveri, coerentemente con lo scopo di ristabilire l’eguaglianza nei punti di partenza rispetto alla competizione nella società. Solo il titolo era sbagliato in questo bel dibattito. Altro che “bellezza della lotta”! Visto l’ampio respiro dei concetti espressi, capaci da soli di ribaltare le idee comuni, il dibattito avrebbe dovuto intitolarsi: “Tutto quello che avreste voluto sapere sul Liberalismo (e che nessuno vi ha mai detto”). E sotto questo titolo i due autori, Di Nuoscio e Ocone, solo loro (è inutile che copiate l’idea, lettori di internet, perché copiare è lo sport dei mediocri senza idee…), potrebbero scrivere un popolarissimo libro-guida.
VIDEO. Gli interventi di Di Nuoscio e Ocone al dibattito su Einaudi, Croce, il “liberalismo della povera gente” e “la bellezza della lotta” sono nel colonnino a fianco.
01 maggio, 2012
Ma davvero Bossi e Berlusconi non hanno insegnato nulla? Un solo grillo e tanti asini.
Commovente la difesa di Grillo scritta da Travaglio sul "Fatto" in un editoriale intitolato "Il bue, il grillo". La Consorteria degli antiberlusconiani di professione, il ducetto del qualunquismo italiano lo hanno fatto nascere, lo hanno invitato alle loro manifestazioni, gli hanno dato fiducia e lo hanno accreditato.
Eppure sarebbe bastata un conoscenza della politica appena appena meno grossolana e primitiva per accorgersi al volo che si stavano coccolando un disinvolto totalitario e che gli stavano regalando una bella fetta dell'elettorato di Sinistra.
Come si fa a sostenere le fortissime ragioni politiche contro l'antidemocraticità del nostro sistema e contemporaneamente a proteggere un dittatorello che copia da Berlusconi sia la "personalizzazione" della politica sia tutti i temi dell'"antipolitica" tipici da sempre della Destra più ignorante?
Tutto questo assomiglia maledettamente alla tolleranza riservata per puro opportunismo da troppi ambienti dei Ds-Pd alle frasi eversive di Bossi, giustificate con disinvoltura come "paradossi" e "battute". Invece la talpa scavava, scavava.
Purtroppo anche le scelte politiche della Consorteria sono state sempre disastrose e masochistiche. Adesso predica persino uno scontro elettorale, sicuramente trionfale, tra un Monti regalato alla Destra e un minestrone No-tav, Grillo e preti col sigaro.
Ora alcuni, su Grillo, ci stanno ripensando, altri, i più duri di comprendonio o forse i più destrorsi, continuano a difenderlo. Certo, Travaglio ci confida che Grillo non gli piace quando fa l'euroscettico, quando difende gli evasori fiscali, quando fa d'ogni erba un fascio, quando tocca l'amato Caselli. Potrebbe aggiungere: quando corteggia la Lega e le fa concorrenza in razzismo.
Ma per Travaglio queste sono trascurabili minutaglie. Coinvolgono soltanto tutta la nostra politica estera, tutta la nostra politica economica, la politica dell'informazione, la politica dell'ordine pubblico, la politica dell'accoglienza. Così l'infamità grillesca sulla mafia è spiegata da Travaglio come una sortita di uno che "non rinuncia al gusto della battuta e del paradosso". Esattamente come un Berlusconi di serie B. Senza dimenticare, però, Lunardi e Dell'Utri. Cosa non si farebbe per qualche lettore in più da conservare nel qualunquismo di massa.
ENZO MARZO (Critica Liberale)
18 aprile, 2012
Grillo e i tanti grulli d’Italia. Come al solito, l’Italiano medio dà il meglio durante le crisi.
IL VECCHIO DELLA POLITICA. Di venditori di felicità la Storia è piena. I politici visionari o i furbi tribuni del popolo che promettono di fare pulizia e di correggere gli errori dei predecessori corrotti o incapaci sono sempre superati da altri più furbi e aggiornati di loro. Nella storia del Parlamento italiano sono ben nove i gruppi formatisi perché dovevano "fare pulizia", moralizzare, battersi per la legalità, dare un ordine nuovo, insomma, "mettere le cose a posto". Sei sono in questo Parlamento. Pessimi insieme con mediocri e ottimi, sia chiaro, che magari abbiamo votato e voteremmo ancora: 1. Mussolini e Fascismo, 2. Giannini e Uomo Qualunque, 3. Partito d’Azione, 4. Pannella e Radicali, 5. Verdi o Ecologisti vari, 6. Bossi e Lega Nord, 7. Berlusconi e FI, 8. Di Pietro e IDV, 9. Vendola e SEL. Chi sarà il prossimo nuovo “partito nuovo”, cioè il decimo giustiziere? Grillo e Cinque Stelle? Si accomodi. E dopo Grillo, chi verrà?
Dei gruppi “salvifici” del passato, il Partito d’Azione, che proveniva da Giustizia e Libertà, raggruppò ottime intelligenze di grande valore morale, ma non avendo basi nel Paese ed essendo i suoi capi incapaci di cercare e organizzare il consenso popolare (anzi, di mentire ai cittadini ignoranti), ebbe vita effimera. Di quelli presenti, possiamo capire solo Radicali e Verdi (o ecologisti), perché non sono veri partiti, cioè gruppi ideologici, ma un mero pungolo per gli altri partiti e per i Governi, gobettianamente "le suocere delle opposizioni" (anche se non vogliono assolutamente sentirselo dire).
Ma gli altri? Possibile che gli Italiani ricadano sempre (sia chi fonda un nuovo partito moralizzatore, sia chi lo vota) nei medesimi errori, senza un minimo di memoria storica, senso critico, psicologia, cioè intelligenza? E dire che basterebbero i tre partiti classici della democrazia liberale, come in Germani, Regno Unito: conservatori, socialisti e liberali, o come negli Stati Uniti (repubblicani, cioè liberal-conservatori, e democratici, ovvero liberal-progressisti).
Dove è carente la democrazia liberale, dove manca la dialettica tra le ideologie democratiche classiche, dove non ci sono programmi ma personaggi, la tentazione carismatica del Salvatore della Patria è ricorrente. Ora è la volta dell’attore satirico Grillo che promette con voce roboante ben impostata di fare “piazza pulita” di tutto e tutti.
Nuovo? Nient’affatto. E’ vecchio. E’ proprio la stessa vecchia politica. Già vista. Siamo forse dei geni di acume politico e perspicacia psicologica? No. Ma ci permettiamo di dare un piccolo consiglio metodologico all’uomo della strada che, a quanto pare, in Italia dal 1920 non ne azzecca una. Bisogna guardare, cara ineffabile casalinga di Isernia, caro indicibile ragioniere di Treviso, al "come" il politico, vecchio o nuovo che sia, attira e organizza il consenso popolare, piuttosto che al "che cosa", cioè alle (poche, pochissime) proposte pratiche, ai vaghi programmi. Insomma, anche nel caso d’un Grillo, è sbagliato e ingenuo guardare ai “contenuti”, oltretutto patetici e generici, quando la forma è così patologica. I contenuti si copiano dagli altri. La forma è invece davvero rivelatrice.
“Ho fatto uno sforzo per sentire su internet un comizio di Grillo, ma sembra un impasto tra Bossi e il Gabibbo”. Sarcastico e sprezzante quanto volete, ma “Baffino” [l’on. Massimo D’Alema, antipatico agli stessi militanti del suo Partito Democratico] ha visto giusto. E' esattamente come dice lui.
Solo che la gente, i famigerati Italiani senza cultura, memoria e senso critico, non lo sanno e non lo vogliono sapere, e cadono sempre nello stesso errore. Anziché fare mea culpa e ammettere che si trovano nei guai perché si disinteressano da sempre della Cosa pubblica, non controllano come si fa nei Paesi anglosassoni i loro rappresentanti, anzi, cercano raccomandazioni e favori individuali, vivono nel sordido familismo e “amicismo” amorale, e dunque eleggono sempre le persone sbagliate, questi Italiani insistono a rimediare con un rimedio peggiore del male.
Eccoli, perciò, che si lasciano sedurre dal Giustiziere e Vendicatore di turno, che punirà – Lui solo, sì – i cattivi Partiti, i perfidi profittatori della Politica e del malaffare, insomma la Casta, recitando da Savonarola e Cola da Rienzo (Mussolini, Giannini, Bossi, Berlusconi, Di Pietro ecc.). Ma il Raddrizzatore di torti, ovviamente, alla prova dei fatti si rivelerà solo un uomo come tanti, anzi, quanto più bellicoso e tronfio era stato durante la seduzione, tanto più inadeguato apparirà al volgo a orgasmo raggiunto. Un uomo qualunque, appunto. E per questo – dicono gli psicologi – piace così tanto all'Italiano medio. La sua storia personale, la sua cultura, il suo carattere, non interessano. Eppure basta la biografia a dire tutto di un uomo. Macché, il popolo è cieco, perché non vuole vedere.
Perciò uno come Grillo, l’ennesimo comico che strabuzza gli occhi, urla parole forti e buca lo schermo (ma Mussolini recitava meglio la parte, e faceva ridere di più), è perfetto ora. Viene al momento giusto. Come sempre durante una crisi economica, politica di valori morali. La ricetta è sempre la solita. Ma sì, è l’Uomo della Provvidenza. Con le sue impazienze, volgarità e smorfie è l'attore da Commedia dell'Arte (molta commedia e nessuna arte) che rappresenta benissimo, anzi toglie loro la parola, gli avventori dei bar e delle autofficine dell'Italia, miracolosamente unita dai nostri Risorgimentali.
E meno male che la fecero l’Italia quelle eroiche minoranze. Perché, se era per questi provinciali da quattro soldi che, incapaci di riconoscere e curare la propria debolezza di cittadini, cercano ridicolmente l’Uomo forte che recitando da capitan Fracassa rimedi ai loro errori, neanche l’Italia avremmo fatto.
27 febbraio, 2012
Libertà di ricerca scientifica o tutela degli animali? Ma perché, invece, non tutte e due?
Il grado di civiltà, il progresso materiale e perfino culturale e morale d’un Paese, di un intero popolo, si misura dallo spazio che vi ha la cultura e la ricerca scientifica. Per questo motivo nell’Ottocento il Regno Unito era al primo posto, lo Stato della Chiesa all’ultimo in Europa. Non per caso i liberali, tutti, non solo i pochi scrittori, storici, filosofi, giuristi e comunque intellettuali (e infatti lo “scientista” e progressista Cavour, per esempio, intellettuale non fu certamente), capirono subito questo collegamento inscindibile. Il sillogismo liberale, bellissimo, sembra scritto davanti ad uno specchio, ha un’andata e un ritorno: “Il sapere rende liberi, e l’uomo libero vuole sapere”.
Ciò detto, però, sbagliano quelli, pure a noi culturalmente vicini, come liberali, repubblicani, laicisti, radicali o esponenti dell’associazione “Luca Coscioni per la libertà della ricerca scientifica”, a pensare e dichiarare che la ricerca deve poter essere condotta con ogni mezzo, anche con gli animali, costi quello che costi. E così, quando l’opinione pubblica di internet e Facebook si indigna per una spedizione via aerea di ben 900 scimmie (macachi) dalla Cina ad un’industria italiana, ecco che proprio la vedova di Coscioni, M.Antonietta Farina, deputato al Parlamento (Radicali-PD), dichiara che non bisogna cedere alla “demagogia” di “confondere la sperimentazione animale con la vivisezione” e che, insomma, lo sdegno degli animalisti sarebbe solo un’altra manifestazione del famigerato sentimento anti-scienza tipico della società italiana, un bastone tra le ruote della modernizzazione.
D’accordo con Maria Antonietta Farina Concioni, che in Italia, a causa della diseducazione del popolo per secoli da parte di Chiesa cattolica, Stati autoritari, Papi, Borboni e principati vari, la mentalità comune sia anti-scientifica. Ce ne accorgiamo purtroppo anche e soprattutto in ambito ecologista. Ma stavolta sbaglia, due volte: una sul piano delle tecnologie di ricerca, materia su cui in questa sede sorvolo, visto il carattere del blog, un’altra volta sulla libertà liberale.
Poiché la brava e intelligente e “liberale” Farina Coscioni la mette sul piano della libertà, mi consenta una piccola, elementare, lezione di Liberalismo spicciolo. Premetto e riconfermo ancora una volta che sono un ultrà della libertà di ricerca scientifica. Ma questa, come tutte le libertà (noi liberali lo sappiamo bene, ma qualche volta gli amici radicali sembrano non ricordarlo) non è assoluta, ma relativa. Cioè va inserita tra le altre libertà. Se no, io dovrei avere il diritto di andare nudo in via del Corso, anziché – tenendo conto della sensibilità altrui (fondata o no che sia) – in luoghi appartati e-o dedicati. Così per la libertà di ricerca. Che ha mille modi di esplicarsi, oltre al vecchio e poco affidabile metodo delle cavie che ha permesso in passato la messa in commercio di farmaci testati su animali e poi rivelatisi inaffidabili o dannosi per l’uomo. Una libertà che si scontra con la altrettale e altrettanto importante libertà che hanno alcuni di vedere rispettati gli animali, tanto più le scimmie, rare e vicine a noi nell’evoluzione. Bisogna far sapere alla brava Farina Coscioni, che io ammiro molto, che il Liberalismo è la teoria dei limiti dei diritti, in quando li limita un poco, purché siano riconosciuti a tutti.
Vero è che questa della Coscioni può essere definita una presa di posizione individuale, o semmai “di associazione di settore”. Altri radicali, come Pullia, per esempio, hanno manifestato idee contrarie. Non è quindi, formalmente e sostanzialmente, la presa di posizione di Radicali Italiani. E chi conosce lo spontaneismo e spesso la mancanza di collegamento (strano, però, in un piccolo gruppo) tra radicali, deve credere a questo quadro. Però è vero che di prese di posizioni infelici o sbagliate, sia individuali che collettive, ce ne sono state troppe negli ultimi anni, nei campi più disparati. Perciò, mi consentano gli amici radicali di “generalizzare”, cioè di prendere l’incidente come l’ennesimo caso di una tendenza ormai consolidata.
Quindi, alzando il tiro e profittando dell’ennesima gaffe per tentare di salvare dal baratro gli amici di un partito che fu grande nelle intuizioni e nella visione globale dell’impegno liberal-laicista, mi si consenta di dare un paio di consigli. I Radicali, innanzitutto, si consultino di più tra di loro, in modo da non disorientare ancor di più l’opinione pubblica. Perché ad ogni uscita balzana sono decine o centinaia di migliaia di simpatizzanti che si allontanano. In secondo luogo, e soprattutto, non si facciano mai portatori degli interessi di questa o quella categoria particolare (in questo caso quella dei ricercatori pigri e tradizionalisti), ma pensino sempre a bilanciare tutti i diritti e le libertà possibili.
Capisco la voluttà di essere impopolari e anticonformisti che prende certe minoranze (che potrebbe essere anche una scusa da “la volpe e l’uva”: come a voler dire che si ha lo 0,6% dei voti solo per questo…), ma questa voluttà va frenata. Comincino ad essere più popolari, e ad occuparsi di tutti i temi, soprattutto quelli che interessano la maggioranza dei cittadini italiani, anziché soltanto estreme minoranze, ristrette elites di studiosi e addirittura militanti stranieri. Il Liberalismo si occupa di tutti e tiene conto delle libertà e degli interessi di tutti. Parlare di meno, in modo più semplice e sintetico, potrebbe aiutare ad essere capiti da tutti.
Infine un’amara considerazione. I Radicali stanno morendo di quattro malattie: un doppio male metodologico, ovvero l’esibizionismo patologico del “gesto” e la totale mancanza di psicologia della comunicazione, un male esistenziale, cioè il settarismo tipico dei pochi amici stretti in una congrega autoreferenziale senza contatti con la gente comune, un male ideologico, che è la radicata mentalità anarchica (razionalizzata come “disobbedienza civile”), e un male politico, la velleità di imporre a tutti gli altri la scaletta dei propri temi e di essere il perno della discussione politica, qualunque siano gli interlocutori (Destra, Centro, Sinistra, Ultra-Sinistra) e gli argomenti, purché il leader radicale sia al centro dell’attenzione.
Temi, a proposito, che sembrano riguardare sempre le estreme minoranze che sappiamo. Il che è il contrario del generalismo liberale. La libertà liberale non è la tutela, quasi “sindacale”, di una serie di “categorie protette” ultra-minoritarie (antimilitaristi, femministe, referendari, divorziandi, abortisti, omosessuali, tossicodipendenti, carcerati, minoranze del Tibet, ed ora anche scienziati), ma il bilanciamento delle libertà di tutti. I grandi fondatori del Partito Radicale (Pannunzio, Calogero ecc.) lo sapevano bene.
Ma torniamo al tema dell’impiego degli animali nella ricerca scientifica che ha provocato la polemica. Ci vorrebbe un lungo articolo apposito. Ma intento per non lasciare il lettore del tutto privo di qualsiasi risvolto scientifico, ecco che cosa ha rivelato sulla sperimentazione dei farmaci l’amico prof. Bruno Fedi, già docente di urologia, e come me ecologista e vegetariano da decenni, in un’intervista.
23 febbraio, 2012
Il secondo vizio capitale degli Italiani: l’invidia. Che si appunta più sui lontani che sui vicini
“Essere stati onesti non ci è convenuto”, ragioneranno tra sé e sé i ministri italiani che una volta tanto hanno fatto gli americani dichiarando pubblicamente redditi, proprietà e perfino numero e modello di automobile posseduta.
L’invidia generale, il secondo vizio capitale in Italia, dopo l’antipatia, si è appuntata su di loro. Ma è un falso bersaglio. E anche lo stesso tiro con l’arco in questo caso è uno sport sbagliato.
E così, ancora una volta l’Italiano medio si rivela.
I paesani, si sa (l'Italia è il classico Paese di provincia), sono invidiosi se un loro concittadino, ritenuto a torto o a ragione "uguale a loro", ha più successo o guadagna di più. Ma vista l’ipocrisia sociale del municipalismo e della meschina solidarietà di quartiere o borgo, di solito l’invidia si appunta meno sui vicini di casa, che un giorno potrebbero esserti utili, che sui personaggi lontani e inaccessibili. Come i governanti e i politici, appunto, ma anche gli attori, i presentatori della televisione, i calciatori e qualunque “personaggio pubblico”.
Così anziché lodare l’autodenuncia all'anglosassone di redditi e proprietà da parte dei ministri del governo Monti, su internet e sui giornali i concittadini li stanno investendo di ironia, astio, critiche di ogni tipo. Eppure, sono sicuri questi invidiosi che davvero gli piacerebbe la vita che fanno (e hanno fatto, per arrivare a questo punto della loro carriera) quei ricchi ministri “tecnici” (finanzieri, economisti di grido, industriali o avvocatoni)? Conoscendo bene gli Italiani, rispondo di no. Gli Italiani, certo, vorrebbero la pappa già cotta, ma nessun sacrificio per ottenerla.
Nessun italiano medio appena benestante resterebbe così a lungo con auto così vecchie come quelle denunciate dai ministri. Dunque è solo pura (in realtà non c’è nulla di più impuro dell’invidia) invidia sociale e personale. Impura, perché anziché impegnarsi a studiare o a fare comunque imprese geniali o cose creative in genere, cioè a misurarsi nella scala del merito individuale, gli Italiani invidiosi invidiano il risultato, fortuito o meno, di quelle altrui imprese: il successo economico. Ovvero, l’ultimo gradino. E’ come se uno scalatore invidiasse un altro soltanto per essere arrivato sul Monte Bianco, senza calcolare tutta la sua preparazione, magari ultradecennale, e comunque l’intera e difficoltosa salita.
L’impiegato tipo, in particolare (categoria da cui solitamente vengono le critiche e le invidie maggiori), uomo o donna che sia, che spesso ha scelto o si è accontentato di questo lavoro proprio per la sua manifesta tranquillità, per il minimo potere decisionale e quindi per la quasi nulla responsabilità personale, non può invidiare chi da solo, rischiando e impegnando tutta la propria personalità, coi relativi alti rischi, persegue posizioni elevate in cui proprio le capacità personalissime di giudizio critico e decisionali sono gli elementi che procurano alti guadagni.
Un grande errore, perciò, questo genere di invidia lavorativa.
E poiché l’invidia ottunde la ragione anche dei pochi intelligenti, gli invidiosi non capiscono che l’autodenuncia dei ministri serve nei Paesi liberali a mettere in luce preventivamente eventuali interessi in conflitto, non a favorire invidie e moralismi da strapazzo.
In un sistema liberale è lecito e perfino auspicabile che la gente guadagni e diventi ricca, se lo vuole e può, perché si presume, fino a prova contraria, che c’entri in qualche misura un particolare merito. Ecco perché le raccomandazioni o le cordate di “amici”, e i privilegi in genere sono o malvisti o addirittura puniti severamente. Come atti di “concorrenza sleale” o illecita. Benissimo, quindi, se un concittadino è diventato meritatamente ricco. A patto però che non solo paghi tutte le tasse, ma che abbia (come i liberali ricordano sempre alla borghesia) anche dei doveri, che insomma sia grato alla società per la possibilità insolita che ha avuto, e che quindi sia sempre attento ai bisogni delle classi meno abbienti e povere.
E invece alcuni ministri “tecnici” ricchi, non provenendo dalla politica, e non avendo perciò quel minimo di frequentazione diretta dei ceti disagiati o poveri dell’elettorato, sono apparsi insensibili quando hanno scelto di tassare ancor più i ceti medi e bassi, anziché quelli alti (per es., operazioni di finanza, banche, assicurazioni) e di svendere inutili enti o proprietà di Stato. E sono apparsi odiosi quando hanno ironizzato sui “fannulloni” o sugli “impiegati pigri” o sugli “sfigati” che guadagnano 500 o 1000 euro al mese, come se tutti costoro fossero degli incapaci. In realtà la psicologia ci insegna che il vedersi sbarrata ogni strada elevata dal sistema della raccomandazione e delle “amicizie giuste”, spesso ereditate dalla famiglia, può far cadere in depressione e abulia individui anche di valore. Stiano attenti, perciò i neo-politici tecnici o i ministri ricchi a ostinarsi a frequentare solo i pari grado sociale, cioè i ricchi e potenti.
Accade invece nei veri Paesi liberali che sono quelli anglosassoni, forse nello spirito antico del calvinismo e luteranesimo (religioni che a differenza del cattolicesimo non vogliono le sfacciate ostentazioni e ritengono successo e soldi una sorta di riconoscimento di Dio), i ricchi, politici o no, per farsi in qualche modo perdonare di aver ricevuto più di quanto hanno dato nella grande partita a poker che è la vita, non solo facciano beneficienza a larghe mani, non solo finanzino premi e fondazioni e istituti di ricerca scientifica, favoriti anche dall’esenzione fiscale, ma svolgano addirittura “lavori socialmente utili”. Come appunto, se ne sono capaci, quello quasi onorifico di aiutare a gestire la cosa pubblica.
Ecco, dopo ricchissimi padroni delle ferriere che hanno depredato il Paese pensando egoisticamente solo ai propri interessi economici, fiscali e giudiziari, dopo ministrucoli senza arte né parte che privi di altre occupazioni (tanto meno studi, figuriamoci!) hanno preso la Politica come unica fonte delle loro ricchezze e dei loro privilegi, ci piace immaginare che i super-ricchi del governo Monti stiano svolgendo, pur con gli inevitabili errori e limiti (devono essere votati in Parlamento proprio dai Partiti che hanno combinato o sottovalutato dolosamente il disastro economico) una sorta di anno sabbatico a favore del Paese. E il fatto che qualcuno di loro abbia rinunciato almeno allo stipendio di ministro avvalora questa sensazione del tutto nuova, ma anche un po’ antica, che ci riporta ai tempi dell’800, quando fare politica era quasi un “servizio”, un “dovere civile”. E c’erano deputati ricchi che si impoverivano a causa della politica.
“Ma perché i governanti devono per forza essere ricchi?” chiedono i cittadini comuni. E’ vero, ci sono stati parlamentari che al momento di entrare alla Camera o al Senato erano operai o disoccupati, e tuttora non pochi parlamentari italiani hanno come unico reddito lo stipendio. Ma, attenzione, questi sono proprio i famigerati “politici di professione”, quelli più malvisti dal pubblico. Ed anche l’avvocato che smette la professione per fare il deputato, alla lunga diventa un politico di professione. Però lo stipendio in Italia è tale da trasformare un povero in un benestante, e dopo un’intera legislatura, in un ricco. Per i governanti, poi, lo stipendio totale è ancora più alto, anche se di poco. E’ quindi impossibile che chi siede al Governo sia povero.
Diversissimo, invece, il caso dei tanti dirigenti o managers di Stato (e anche privati) che dimostrano quotidianamente di non meritare affatto l’alto stipendio guadagnato, e ancor meno la pensione d’oro. In questo caso la critica popolare, pur manifestata con i colori sgradevoli dell’invidia, svolge un ruolo prezioso. Può aiutare a farli vergognare di se stessi.
05 gennaio, 2012
Luigi Einaudi. Altro che Far West: Legge, Stato liberale e “liberalismo sociale” di mercato
Oggi chiunque prova a definirsi “liberale”, spesso con imperturbabile faccia di bronzo. Perché la parola, si sa, è bella, e può servire a coprire le proprie personali magagne o la propria irrimediabile mancanza di idee. Così abbiamo visto nel passato Governo e in questo degradato Parlamento (non che i precedenti fossero immuni…) più d’un politico corrotto e senza programmi, tranne quello dell’arricchimento personale a tutti i costi, definirsi “liberale”, come se il Liberalismo ai suoi occhi sottoculturali sembrasse – a causa del suo supposto “lassismo” – il sistema più adatto a coprire i trucchi, i maneggi, le illegalità e i favori della politica, nei suoi intrecci perversi con l’economia e la finanza.
Ebbene, una vulgata di tali politicanti di second’ordine vorrebbe che il “liberismo” einaudiano corrispondesse al puro e cinico “laissez faire, laissez passer” di cui si scriveva e teorizzava tra Settecento e Ottocento. Tutt’altro. La posizione di Luigi Einaudi, grandissimo esponente della cultura, dell’economia e della politica liberale, più citato che effettivamente conosciuto, rivela a chi lo legge, specialmente nelle sue bellissime Lezioni di politica sociale, il bel lato solidaristico del Liberalismo, attraverso una visione sorprendentemente moderna e agile, capace di coniugare senza sforzo mercato e tutela dei più deboli, lotta durissima ai monopoli pubblici e privati, uguaglianza nei diritti, rispetto delle regole, e iniziativa di uno Stato – lo Stato liberale, di cui sempre troppo poco si parla, ma che è pur sempre quello che ha fatto grandi le grandi democrazie liberali dell’Occidente – che non è assente, come si ritiene dai non-liberali o dai finti “liberali”, ma anzi, maieuticamente, deve facilitare, col minimo ingombro possibile, nientemeno che la libera realizzazione dei cittadini, cioè il loro uso delle libertà.
Basta per tutti – liberali e no – una pagina di Einaudi: "Va confutata la grossolana favola che il liberalismo sia sinonimo di assenza dello Stato o di assoluto lasciar fare o lasciar passare (*), e che il socialismo sia la stessa cosa dello Stato proprietario e gestore dei mezzi di produzione. Che i liberali siano fautori dello Stato assente, che Adam Smith sia il campione assoluto del lasciar fare e lasciar passare sono bugie che nessuno studioso ricorda;... ma, per essere grosse, sono ripetute dalla più parte dei politici, abituati a dire 'superata' l’idea liberale; non hanno letto mai nessuno dei libri sacri del liberalismo e non sanno in che cosa esso consista. Che i socialisti vogliano dare allo Stato la gestione compiuta dei mezzi di produzione è dettame talvolta scritto nei manifesti elettorali, ma ripugnante ai socialisti che aborrono dalla tirannia dello Stato onnipotente, e tali sono tutti i socialisti" (Luigi Einaudi).
Per di più, Einaudi non era affatto appiattito sugli interessi degli industriali, come sono comprensibilmente molti ex-fascisti, ex-comunisti o conservatori riciclati che si spacciano per “liberisti”, mostrando la loro enorme coda di paglia. Ed era anche strenuo difensore della Natura e dell’ambiente. Niente privilegi per le aziende, insomma, neanche di impunità in caso di inquinamento: “Questa del fumo e della polvere intollerabile che esce fuori dalla zona industriale di Pozzuoli e dalle altre… è una prova del disprezzo protervo che troppe imprese industriali private e pubbliche dimostrano verso l’interesse pubblico. Devono certamente esistere dispositivi tecnici grazie ai quali è possibile ridurre al minimo i danni del fumo e della polvere. I dispositivi costano per spese d’impianto e di esercizio, ma non è lecito a coloro che godono i profitti o prediligono le perdite sperate o temute nelle industrie, liberarsi da quei costi solo perché essi sono sopportati da altre categorie di cittadini”. (Luigi Einaudi, In difesa dei monumenti e del paesaggio, 29 luglio 1954). E ancora: “La lotta contro la distruzione del suolo italiano sarà dura e lunga, forse secolare. Ma è il massimo compito di oggi, se si vuole salvare il suolo in cui vivono gli italiani. Significherebbe che lo stato intende vegliare affinché, dopo secoli di distruzione, si salvi quel poco che resta delle foreste e del suolo delle Alpi e degli Appennini e si ricostruisca parte di quel che fu distrutto”. (Della servitù della gleba in Italia, 15 dicembre 1951).
Ecco perché questi due illuminanti brani di Einaudi li abbiamo posti a dedica, con altri di Croce e Bentham, nel colonnino a destra del nostro anticonformistico blog di Ecologia Liberale.
E sulle tasse? Il liberalissimo Einaudi è per l’imposta sui patrimoni, cioè sui ricchi, anziché quella sui consumi, che colpisce indiscriminatamente tutti i cittadini, soprattutto i poveri. Chi glielo dice a quegli imbroglioni di sedicenti “liberali” di oggi (oggi tutti si dicono liberali), al Governo o all’opposizione? Leggiamolo sul suo libro, “Lo scrittorio del Presidente” (pp. 282-285:
«Certamente la distribuzione del carico tributario potrà e dovrà mutare in Italia, diminuendo la quota gravante sui consumi e crescendo la quota gravante sui redditi e sui patrimoni». E ancora: «La distribuzione del carico è sperequata a danno dei consumatori, ossia della generalità dei cittadini, ed a favore degli agiati e dei ricchi. Le statistiche ci dicono che le imposte dirette hanno fruttato negli ultimi esercizi dal 14 al 16% e quelle indirette circa l’80% delle entrate totali». Fatto sta – calcola – che della tassazione «oggi in Italia forse il 33% colpisce i redditi ed i capitali ed il 66% i consumi. La proporzione dovrà essere cambiata» (1956)
Sorpresi? Ne siamo sicuri. E perfino non pochi giovani e vecchi liberali doc saranno meravigliati dall’apprezzamento che il Presidente Napolitano, ex comunista, ma certo uno dei più “einaudiani” e quindi più illuminati Presidenti della Repubblica, ha fatto in più occasioni della figura di Einaudi (l’ultima è stato un articolo su Reset).
Così, il grande liberale Einaudi – bastava leggerlo – comincia a piacere perfino a Sinistra, tanto è sfaccettato, completo, bipartisan, intriso di buonsenso e umanità, rigore ma anche solidarietà e progressismo sociale il Liberalismo che raffigura. E dopo decenni di silenzio o di ostilità preconcetta verso chiunque parlasse bene del mercato libero (incomprensione frutto di un deficit culturale che dura tuttora nell’estrema Destra, nel Centro integralista cattolico e nella Chiesa, oltreché nella Sinistra, compresi molti ecologisti), la Sinistra più laica (ex PCI), la stessa che in passato fu crociana, oggi è addirittura einaudiana, perché ha scoperto che a saperlo rettamente intendere e governare il liberalismo economico potrebbe essere la medicina efficace per molti problemi della società moderna, non escluso quello della crescente divaricazione tra le condizioni dei diversi ceti. Perché la lotta ai privilegi, ai monopoli e al parassitismo che realizza efficacemente l’economia liberale permette davvero quella eguaglianza nelle libertà e quella centralità democratica del cittadino (la “domanda”) che socialismo e comunismo non hanno potuto né potrebbero mai dare. Del resto, il miglior allievo di Einaudi, Ernesto Rossi, è sempre stato apprezzato anche dalla migliore Sinistra.
Fa piacere, perciò, ed è molto illuminante, che la rivista Reset abbia dato spazio a Einaudi e alla riscoperta del valore liberatorio e progressista del mercato, purché davvero libero, proprio in favore delle classi più svantaggiate. Bello, approfondito e originale (sottolinea qualche aspetto di Einaudi poco noto agli stessi liberali…) l’inserto monografico a più voci (“Il Liberalismo di Einaudi”) pubblicato da Caffè Europa, rivista della medesima area, a firma degli intellettuali Enzo Di Nuoscio, Paolo Heritier, Paolo Silvestri, Corrado Ocone e Flavio Felice. Di questa monografia pubblichiamo il bell’articolo-saggio a firma di Enzo Di Nuoscio, col quale concordiamo totalmente da einaudiani della prima ora. NICO VALERIO
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“In tempi, come i nostri, in cui circola una buona dose di liberalismo à la carte, pronto a ignorare i princìpi pur di compiacere i prìncipi, magari teorizzando che la rivoluzione liberale possa farla un pluri-oligopolista e arrivando persino a sostenere che Giovanni Gentile debba essere considerato un autorevole liberale; tempi nei quali alcuni che si dichiarano liberali sembrano colti da amnesie prolungate e molti critici del liberalismo ne danno una versione di comodo, leggere Luigi Einaudi è un salutare esercizio che rafforza lo spirito critico e le difese immunitarie della nostra liberal-democrazia. Se è vero, come ha scritto Italo Calvino, che è classico un autore «che non finisce mai di dire tutto quel che ha da dire», certamente Einaudi può essere oggi considerato un classico del pensiero politico, oltre che di quello economico, proponendo un liberalismo non riducibile ad astratti cliché, tanto pragmatico nella soluzione dei problemi quanto inflessibile sui principi, tanto legato alla vita quotidiana quanto ancorato ai grandi classici della tradizione liberale. Un liberalismo che alla crociana «filosofia della libertà» preferisce la difesa dei presupposti epistemologici e delle condizioni economiche e sociali che permettono agli uomini di essere non solo liberi ma anche solidali.
Tra le tante tesi di Einaudi che hanno attraversato il «secolo breve» credo che ve ne sia soprattutto una che dovrebbe essere considerata un prezioso orizzonte teorico per alcuni fondamentali problemi del tempo presente: l’idea che la giustizia sociale possa essere una conseguenza del mercato e, più in generale, della competizione interindividuale, nell’ambito di un quadro di regole stabilite; in altri termini, che il «principio di uguaglianza» può e deve essere inteso come la massima realizzazione del «principio di libertà», nel rispetto del «principio di legalità». Idee, queste, di cui si troverà ben più di un’eco in Socialismo liberale di Carlo Rosselli, che di Einaudi è stato giovane e brillante assistente alla Bocconi, e alle quali hanno consacrato buona parte delle loro riflessioni esponenti di spicco del liberalismo (come Mill, Hayek e i teorici dell’«economia sociale di mercato»), a conferma del fatto che solo l’ignoranza o il pregiudizio ideologico può indurre a sostenere che i liberali non si sono posti il problema della giustizia sociale. Dopo il crollo del comunismo e la irreversibile crisi dello statalismo socialdemocratico, questi principi, che hanno ispirato l’intera riflessione einaudiana, possono rappresentare oggi un prezioso terreno di incontro tra differenti tradizioni politiche e culturali, socialiste e liberali, laiche e cattoliche.
Concorrenza e solidarietà. Conoscitore come pochi altri dei classici dell’economia e dell’empirismo inglese, Einaudi è consapevole che l’economia di mercato è frutto di un processo evolutivo che non si può certo pianificare dall’alto. E tuttavia ciò non gli impedisce di assegnare un ruolo tutt’altro che marginale allo Stato, di difesa e di promozione della concorrenza, non solo da nemici esterni al capitalismo (pianificatori di tutti tipi), ma anche dai suoi più subdoli e sempre in agguato nemici interni.
Tre sono i principali compiti assegnati da Einaudi a uno Stato il quale voglia che la concorrenza produca efficienza economica, solidarietà sociale e democrazia politica: combattere i monopoli, intervenire fuori dal mercato per migliorare le chance dei meno abbienti e assicurare il rispetto della legge. Un vero Stato liberale deve dichiarare guerra ai monopoli, i quali, riducendo il potere di scelta dei consumatori, annullando l’incentivo all’innovazione rappresentato dalla concorrenza e imponendo i prezzi dei beni e servizi, sono «il nemico numero uno dell’economia libera», nonché fonte di «disuguaglianze sociali», consentendo di realizzare profitti che in realtà sono «un ladrocinio commesso ai danni della collettività». Dunque, l’eliminazione per quanto possibile dei monopoli deve essere «uno dei principali scopi della legislazione di uno Stato, i cui dirigenti si preoccupino del benessere dei più e non intendano curare gli interessi dei meno».
Ma i monopoli minacciano non solo gli interessi dell’individuo-consumatore, ma anche i diritti dell’individuo-cittadino. Le libertà civili e politiche sono «un fatto strettamente connesso con la struttura economica della società»; e ciò perché dare all’uomo «la sicurezza della vita materiale, la libertà dal bisogno» è la condizione a che egli sia «veramente libero nella vita civile e politica, davvero uguale agli altri uomini e libero dall’obbligo di ubbidire a essi nella scelta dei governanti, nella manifestazione del pensiero e delle credenze».. Ciò significa, afferma Einaudi in polemica con Croce, che «la libertà economica è la condizione necessaria della libertà politica». Stabilendo un «privilegio esclusivo» sui mezzi di produzione, il monopolio riduce quindi anche le libertà civili e politiche dei singoli. «Vi sono due estremi, spiega Einaudi, nei quali sembra difficile concepire l’esercizio effettivo, pratico, della libertà: all’un estremo tutta la ricchezza essendo posseduta da un solo colossale monopolista privato; all’altro estremo dalla collettività. I due estremi si chiamano comunemente monopolismo e collettivismo: e ambedue sono fatali alla libertà». Dunque, la «lotta contro le ingiustizie e le disuguaglianze ha il nome della lotta contro il monopolio», il quale «sta alla radice della sopraffazione dei forti contro i deboli, e delle punte di ricchezza stravaganti e immeritate».
Quanto all’eliminazione dei monopoli naturali storicamente affermatisi sulla base di «necessità economiche» (si pensi a molti servizi pubblici), per Einaudi, nemico come pochi di ogni ideologismo, non ci sono soluzioni precostituite, ma c’è soltanto un principio da affermare, caso per caso e con gradualità: evitare di sostituire un monopolio pubblico con uno privato e invece introdurre anche in questi settori forme limitate di concorrenza, adottando gli opportuni provvedimenti per evitare che la competizione non danneggi la qualità delle prestazioni e non renda questi servizi di pubblica utilità economicamente inaccessibili per i più svantaggiati.
Strettamente legata alla lotta contro i monopoli, per Einaudi è la battaglia per la libertà di associazione sindacale. Le leghe operaie non solo «non contraddicono lo schema della concorrenza, ma sono uno strumento perfezionato della piena e più perfetta attuazione di quello schema». Mediante le associazioni di interessi, i soggetti della competizione tendono, infatti, a ridurre le asimmetrie conoscitive per risolvere al meglio i loro problemi. Ne risulterà quindi una concorrenza più efficace nell’esplorazione dell’ignoto; a condizione che si evitino sindacati monopolisti (degli operai e degli imprenditori).
Ridurre le differenze. Ma affinché la logica della concorrenza assolva pienamente alla sua funzione di motore del progresso umano non basta combattere i monopoli e difendere la concorrenza, occorre anche che gli individui siano messi in condizione di competere attraverso un intervento dello Stato a sostegno di coloro che non sono in grado di sostenere la concorrenza. Il «principio di libertà» trova il suo completamento nel «principio di solidarietà».
Esule in Svizzera, nel 1944 Einaudi scrive le Lezioni di politica sociale, opera matura di un intellettuale consapevole che le vicende storiche dell’ultimo ventennio trovavano nella lacerazione del tessuto sociale una delle cause più importanti. E allora, nella sua concezione pluralista e dinamica della società, incentrata sul principio di competizione, trova posto una impegnata riflessione sul tema della solidarietà sociale, nel tentativo di proporre un «liberalismo della povera gente».
Nelle Lezioni Einaudi disegna i tratti di una solidarietà liberale che non solo non è incompatibile con le leggi dell’economia di mercato, ma che è funzionale proprio a potenziare la capacità di problem solving del principio di competizione. L’obiettivo strategico che deve perseguire una efficace «legislazione sociale», a giudizio di Einaudi, è quello di «avvicinare, entro i limiti del possibile, i punti di partenza» degli individui, affermando «il principio generale che in una società sana l’uomo dovrebbe poter contare sul minimo necessario per la vita». Un minimo che non induca i singoli all’ozio, che «non sia un punto di arrivo ma di partenza; un’assicurazione data a tutti gli uomini perché tutti possano sviluppare le loro attitudini». Lo Stato liberale, quindi, non solo deve garantire l’uguaglianza giuridica dei cittadini, ma deve anche intervenire, non per tentare di realizzare il miraggio di una uguaglianza sostanziale, incompatibile con i principi liberali, bensì per migliorare le chance dei più svantaggiati. Imposte progressive, tasse di successione sulle grandi eredità, assicurazioni contro gli infortuni, assegni familiari per i figli, pensioni di vecchiaia, servizi pubblici gratuiti, sussidi per i disoccupati, sono i principali strumenti della politica sociale immaginata da Einaudi per uno Stato liberale. Questa sensibilità per la solidarietà sociale porta inevitabilmente Einaudi a mettere a confronto liberali e socialisti. Se tra liberalismo e comunismo vi è un «abisso invalicabile», perché il comunismo elimina libertà individuali e proprietà privata, tra liberalismo e socialismo democratico vi sono più o meno significative differenze di grado. «Liberali e socialisti sono concordi nel sentire il rispetto per la persona umana» e «sono parimenti persuasi che la verità si conquista» solo attraverso la «libera discussione». Liberali e socialisti, inoltre, concordano sul fatto che «tutti sono uomini e hanno diritto a tutta quella libertà di opinare e di operare, la quale non neghi l’ugual diritto di tutti gli altri uomini».
Ma, oltre che sul terreno della libertà, liberali e socialisti possono fare un significativo tratto di strada comune anche sul quello dell’uguaglianza: sono d’accordo sull’eguaglianza giuridica dei cittadini e sull’impossibilità e irrealizzabilità di una «eguaglianza assoluta o aritmetica». E convergono anche sulla necessità di interventi statali per ridurre eccessive disuguaglianze. Ciò su cui si dividono non sono i «principi», ma i «limiti» e le «applicazioni» delle politiche di intervento. Ad esempio i socialisti «oltrepassano il punto critico della progressività delle imposte», perché, sulla base di un’idea «manifestamente sbagliata», pensano che «il vero problema sia quello della distribuzione della ricchezza, e non più, come in passato, della sua produzione».
Inventare un altro nome. Nonostante queste differenze, che possono essere anche molto accentuate, quello tra liberalismo e socialismo democratico è «un contrasto fecondo e creatore», perché in esso si esprime quel confronto tra idee che è alla base del progresso sociale. I liberali, dunque, sono anch’essi favorevoli a un certo grado di intervento dello Stato, cosicché per identificarli «bisognerebbe inventare un altro nome» rispetto a quello di «liberisti», «tanto il loro atteggiamento mentale è lontano dal laisser faire, laisser passer». La vera linea di demarcazione tra liberali e socialisti non è «fra chi vuole e chi non vuole l’intervento dello Stato nelle cose economiche, ma tra chi vuole un certo tipo di intervento e chi vuole un altro tipo». Per cui «va confutata ancora una volta la grossolana favola che il liberalismo sia sinonimo di assenza dello Stato o di assoluto lasciar fare o lasciar passare e che il socialismo sia la stessa cosa dello Stato proprietario e gestore dei mezzi di produzione.
Che i liberali siano fautori dello Stato assente, che Adam Smith sia il campione assoluto del lasciar fare e lasciar passare sono bugie che nessuno studioso ricorda; ma, per essere grosse, sono ripetute dalla più parte dei politici, abituati a dire «superata» l’idea liberale; non hanno letto mai nessuno dei libri sacri del liberalismo e non sanno in che cosa esso consista. Che i socialisti – conclude Einaudi – vogliano dare allo Stato la gestione compiuta dei mezzi di produzione è dettame talvolta scritto nei manifesti elettorali, ma ripugnante ai socialisti che aborrono la tirannia dello Stato onnipotente, e tali sono tutti i socialisti».
Il «governo della legge». E tuttavia il «principio di libertà» può generare solidarietà solo nel rispetto del «principio di legalità». La competizione economica e politica, e più in generale la «lotta» per la difesa dei vari interessi, possono essere al servizio del progresso umano solo se si svolgono nell’ambito di uno Stato di diritto nel quale viga «l’impero della legge», una legge che stabilisca vincoli «uguali per tutti, oggettivamente fissati e non arbitrari», e che come prima cosa difenda gli individui dall’«onnipotenza dello Stato» e dalla «prepotenza dei privati». Il cittadino, quindi, «deve ubbidienza alla legge e a nessun altro fuori che alla legge»; la quale deve essere «una norma nota e chiara, che non può essere mutata per arbitrio di nessun uomo, sia esso il primo dello Stato». «Nel regime liberale la legge pone i vincoli all’operare degli uomini; e i vincoli possono essere numerosissimi e sono destinati a diventare tanto più numerosi quanto più complicata diventa la struttura economica». E l’esperienza «dei millenni e dei secoli dimostra l’eccellenza del metodo della cornice», cioè di regole che lasciano un margine di azione agli individui, liberi di agire nell’ambito dei confini stabiliti dalle norme.
Affinché la legge assolva a pieno alla sua funzione di regola del gioco sociale è necessario che essa venga fatta rispettare da «magistrati ordinari, indipendenti dal re, dal potere esecutivo e da quello legislativo» e «posti al di fuori e al di sopra dei favori del governo». Un paese – incalza Einaudi – «nel quale i giudici non siano e non si sentano davvero indipendenti, i quali non siano chiamati a giudicare in nome della pura giustizia, se occorre, anche contro le pretese dello Stato, è un paese senza legge, pronto a piegare il capo dinanzi al primo demagogo venuto, al tiranno, al nemico». «Il presidio maggiore della libertà dei cittadini in Inghilterra – non esita ad affermare Einaudi – è l’indipendenza della magistratura. La celebre risposta del mugnaio di Sans-Souci a Federico II, il quale voleva le sue terre: «ci sono i giudici a Berlino!», è la dimostrazione che quella prussiana era una società sana; e la sua resistenza a Napoleone ne fu la prova».
Un liberale, dunque, chiede ai magistrati che «facciano osservare contro chiunque, ricco, potente o povero, la legge quale essa vige, approvata dal parlamento o dal re, e condannino chiunque la violi o pretenda di farsi legge del proprio arbitrio. E ciò facciano nonostante le raccomandazioni e le pressioni dei potenti, dei governi, dei prefetti, dei ministri, dei giornalisti e dei demagoghi». Certo, non si fa illusioni Einaudi, «questa non è evidentemente una via regia o dritta o rapida o sicura verso il benessere, verso la felicità, verso il bene. Anzi, tutto il contrario. È una via lunga, ad andate e ritorni, piena di trabocchetti e di imboscate, faticosa e incerta». E ciò perché «gli uomini devono fare esperimenti a loro rischio, debbono peccare e fare penitenza per rendersi degni del paradiso; perché essi non si educano quando qualcuno si incarica di decidere per conto loro e a loro nome quel che debbono fare o non fare, ma debbono educarsi da sé e rendersi moralmente capaci di prendere decisioni sotto la propria responsabilità».
ENZO DI NUOSCIO
(*) L’espressione francese “laisser faire, laisser passer”, nata nel 700, è stata fino ai primi del 900 un modo comune tra politici e filosofi della politica (più che tra gli economisti, come scriveva J.M.Keynes) per dire quello che noi oggi definiremmo liberalismo economico spinto, liberismo (solo noi Italiani) selvaggio, ideologia del mercato libero, economia libera senza regole ecc. E diventò rapidamente un’espressione-mito, positivo o negativo che fosse, oggi reperibile solo nei testi. Da ricordare il libro La fine del laissez faire di Keynes (1926), autore considerato il massimo esponente dell’interventismo statale in economia. Che, curiosamente, confermò sempre la sua iscrizione al Partito Liberale inglese.
